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SAVERIO BARBARO, olii e disegni, Palazzo Visconti, Brignano Gera d'Adda (Bergamo) 30 giugno - 30 luglio 2007 Testi di Giovanni Curatola, Mario Berdic, Alessandro Riva

Mario Berdič
Direttore della Galleria d’Arte Nazionale Maribor

Saverio Barbaro
Olii, disegni, sculture

Scultore e pittore italiano Saverio Barbaro, veneziano di nascita, ha cominciato la sua carriera pittorica alla fine degli anni ‘40 del secolo scorso, caratterizzando la sua produzione artistica con un inebriante esotismo e allo stesso tempo, velandola di accenti nostalgici.
Verso la metà degli anni ‘60 il suo stile, all’inizio improntato verso il sensibilismo neoespressionista, cambia sia dal punto di vista della forma creativa e pittorica sia per quanto riguarda il motivo e la tematica delle opere. Proprio allora, infatti, Barbaro comincia a lavorare ritraendo i paesaggi e le vedute dei paesi nordafricani che si affacciano sul Mediterraneo, ponendo un accento particolare sullo stile di vita delle popolazioni araba-musulmane che li vivono. Nella sua vasta produzione si possono ritrovare accenni ad altri luoghi caratteristici del Mediterraneo, come per esempio la Costa Azzurra, la Provenza, la Dalmazia, l’ltalia, la Turchia e il Medio Oriente in genere.
All’inizio degli anni ‘90 Saverio Barbaro comincia a lavorare con uno stile scultoreo plastico per lui radicalmente innovativo: la scultura nella pietra, ove egli rappresenta preferibilmente figure singole o di gruppo.
I quadri di Barbaro, eseguiti ad olio su tela, e i disegni in inchiostro di china sono caratterizzati da una chiara composizione centrale o da un‘aggiunta di un numero limitato di oggetti plastici che riflettono la natura e che sono contrassegnati dall’assenza di dettagli, creando un’armonia tranquillizzante che suggestiona e si riflette su coloro che li guardano. I paesaggi e le architetture rimandano all’effetto delle superfici piatte e sono fortemente stilizzati, spesso al limite dell’astratto; peraltro, l’insieme rimanda ad un gioco di forme rettangolari e arrotondate, che a volte possono essere policromatiche e piene di sfumature, altre volte, invece, sono monocromatiche, ma piene di tonalità. L’ardente luce del sud del Mediterraneo si riflette attraverso le immagini ipnotiche che raccolgono in loro combinazioni cromatiche quasi fiabesche ed inconsuete con sfumature di rosa e giallo da un lato e di marrone, blu o viola dall’altro. L’uso del colore che Barbaro impiega é perciò molto specifico ed é difficile da ritrovare nella tradizione pittorica dell'Europa occidentale; d‘altronde, all'epoca, l'artista era fortemente influenzato dall‘opera di Matisse.
Il paesaggio, quasi umanizzato ma ancora idealizzato, l’architettura e la vegetazione, in combinazione con le figure umane, emanano una traboccante vitalità derivante da una curiosità e dal piacere della vita che caratterizzano l’infanzia e inoltre sono il frutto di una rielaborazione benevola e umana di tutti gli episodi della vita, incluso un raffinato riferimento erotico, non intaccato da pregiudizi. Gran parte delle opere di Saverio Barbaro è composta da ritratti femminili - nudi o semivestiti - che nel mondo islamico sono un tema considerato ancora tabù quasi nel segno di un passato lontano e di un harem misterioso. Sembra quasi come se le seducenti ragazze ritratte - di differenti nazionalità arabe - stiano aspettando ardentemente il loro uomo amato oppure che stiano semplicemente riposando su un divano o sulla poltrona in un beato oziare. Esse infatti sono raffigurate in piedi, semi sdraiate o del tutto sdraiate, sia all'interno di un luogo chiuso appena accennato, forse una stanza, sia in un definito interno orientaleggiante che rimanda alle enormi stanzoni degli harem. L’interesse dell'artista si riflette in parti uguali sia sugli attributi femminili del corpo delle ragazze - con particolare rilievo su occhi, labbra, capelli, seno e fianchi - sia sui copricapi che indossano - foulards, turbanti, veli - sia, in ultimo, sui loro vestiti trasparenti. Barbaro crea un’atmosfera misteriosa con l’aiuto dell’effetto chiaroscuro della luce che, entrando nelle stanze da punti sconosciuti, si riflette sui corpi delle donne raffigurate che esprimono nello stesso tempo amore, innocenza e una passione ancora inconscia in una attesa di pace nel mondo orientale.
Le figure umane appaiono raramente negli ambienti esterni, dove prevalgono le case isolate del deserto con palme, olivi, dune o catene montuose che fanno da sfondo e che mostrano l’infinito dell’orizzonte. Spesso possiamo ritrovare dettagli dell’architettura araba nelle finestre appuntite e nei recinti sui quali riposano tranquillamente le colombe oppure anche nelle chiome di palma raffigurate negli arabeschi. Questo è un mondo di misteri inconcepibili, che pero trovano un punto di riferimento nell’amore creativo infinito di Saverio Barbaro per il dramma dell’Africa. Secondo le parole dell’artista sono ugualmente attraenti sia la cattedrale che la moschea oppure anche una donna europea e una araba: infatti, la bellezza è facile da ritrovare ovunque nella natura e in tutte le civiltà. Il tentativo di Barbaro di costruire un ponte culturale tra oriente e occidente è stato spesso ostacolato dall’incomprensione integralista di una o dell’altra parte, come se si trattasse di una blasfemia. Proprio per questo la raccolta di opere dell’artista ha tanto più valore poiché tenta di illuminare il buio dello spirito ponendo l’accento sui veri e perenni valori della vita.

Giovanni Curatola
Professore di “Archeologia e storia dell’arte musulmana”
Università degli studi di Udine



Saverio Barbaro
Un profeta della coerenza

Conosco, seguo e stimo Saverio Barbaro da ormai diversi anni, e l‘occasione di scrivere alcune considerazioni relative alla sua opera e sempre e comunque un privilegio. Ma questa volta, e più passa il tempo, nel riflettere sul suo percorso umano e artistico sono colto da una sorta di pudore, una dose di riserbo che mi e difficile superare.
E ne paleso immediatamente la ragione. Gli artisti sono persone particolari, e su questo credo che non vi siano dubbi e che si debba facilmente acconsentire; e quando sono grandi, anzi quanto più sono grandi si osserva nel loro lavoro una visione quasi profetica, un interagire con il futuro più che con il presente, una intuizione profonda, chiara a loro e solo a loro, ma che col passare del tempo si rende manifesta a tutti. Ho scritto “profetico", emendando quanto ho avuto mode di dire in un'altra occasione, quando, invece, negavo al Nostro questa qualifica: mi sbagliavo, credo, e di qui l'odierno imbarazzo. Sono pochi coloro che sono capaci di questa visione e Saverio Barbaro e indubbiamente uno degli eletti. Ecco, dunque, il pudore, il riserbo per una grandezza a tutto tondo che si acclara ogni giorno di più. La ragione e presto detta. C‘e qualcuno che ha interpretato con altrettanta lucidità - sul piano artistico visivo, ché la letteratura è altra cosa - il fondamentale rapporto del mondo cosiddetto occidentale con quello orientale, in particolare islamico? C‘è chi ha saputo dialogare profondamente con una cultura, una civiltà, cogliendone gli umori, i colori, le atmosfere, i tempi, le contraddizioni, le dolcezze e le asprezze, le sfide, la profonda umanità, con tanta autorevolezza e umana comprensione? No, non c'é. E questo è stato fatto - un itinerario faticoso e isolato che continua inesausto ad essere tracciato - senza facili compiacimenti (perché una presa di posizione, spesso critica, c’è, impossibile negarlo), con chiarezza e pulizia formale estrema.
Barbaro e un grande.
Scorrendo la sua biografia si resta attoniti davanti alla facilita (apparente) con cui egli si è inserito, giovanissimo, da protagonista nelle grandi correnti artistiche europee, e dei riconoscimenti importanti che gli sono stati tributati. Veneziano, ma legato alle luci abbacinanti dei deserti sabbiosi e pietrosi, dei fucsia improvvisi di Africa come di Siria, e soprattutto di quel Maghreb del quale è il principale interprete, agli esordi si carica degli insegnamenti veneziani, ma sempre con una vena tutta sua, originale e sotto traccia, mai ostentata, e si reca a Parigi, dove altrimenti?! e in Bretagna, per poi passare a Nizza - e non è affatto irriguardoso verso nessuno scomodare in questo contesto Matisse - e da la compiere il grande salto oltremare. Ricordiamolo che già nel 1950 e premiato alla Biennale di Venezia, che espone nelle sedi nazionali e internazionali e che i saggi critici su di lui hanno le firme illustri di Guido Perocco, Umbro Apollonio, Giuseppe Mazzariol, Pietro Zampetti, fra gli altri... Fin dalle prime esperienze emerge una personalità decisamente forte, aspra, priva di accomodamenti, senza alcuna retorica nemmeno nei temi apparentemente più consueti (mi vengono in mente almeno tre opere: il "Paesaggio in Barena" 1956, o la natura morta, per davvero, dell’”Ange de Mer" 1955 o la eccezionale "Bestia atomizzata" 1960). Non tutto fila liscio però, perché, fin dall‘inizio, un difetto imperdonabile (e che in effetti pare non essergli mai stato perdonato) si evidenzia con forza: una assoluta indipendenza, una refrattarietà al colpo di scena, una antipatia congenita per la mossa facile, l‘idiosincrasia per la strizzata d’occhio ambigua, che non sono nelle corde del suo carattere (dolcissimo a conoscerlo bene, e di grande generosità, ma sotto una crosta (l’unica "crosta" di Barbaro) ruvida e severa, figlia della ferrea disciplina interiore che si e imposto e che talvolta lo sconcerta e scandalizza non trovare negli altri), caratteristiche che potrebbero, peraltro, essere facilmente assecondate perchè nelle corde del suo bagaglio tecnico, assolutamente completo, non manca proprio niente e se avesse deciso di essere “gradevole" non avrebbe certo avuto difficoltà di sorta. Il Maghreb lo attrae e sarà per lui una specie di seconda casa; mi piace pero pensare che paradossalmente sia stato Saverio a sedurlo e non viceversa. C’è in questo amore per l'Africa in questa predilezione un cambiamento? Non direi; se si percorre tutto l’itinerario artistico di Barbaro credo che emerga un filo continuo, un rigore, una visione ideale e di prospettiva assolutamente coerente. Diciamolo allora, e diciamolo forte: aveva ed ha ragione lui.
Oggi, ritengo, si fa davvero molta fatica ad ignorare questo piccolo, tenace gigante. Non l'ultimo orientalista, come pure e stato definito (e questo gli spetta, ma non lo esaurisce, non deve etichettarlo e limitarlo, anzi; che é una definizione giusta ma troppo stretta per un artista del suo respiro); no davvero, ma forse l’ultimo veneziano che l'Oriente lo capisce sul serio, lo racconta, lo vive giorno dopo giorno.
Si vaneggia di “scontro di civiltà”, ma guardate per Dio, quel Dio di tutti, uno dei suoi quadri, ritratto, paesaggio, natura morta, scegliete pure e caso, oppure prendete uno dei suoi disegni a china (un capitolo non a parte ma complementare, una sapienza antica e una tecnica raffinata, elegante, che posso solo paragonare a quella dei più celebrati antichi maestri cinesi...un altro Oriente...), e capirete cosa sono le civiltà, cose sono questi mondi niente affatto lontani, queste nostre dolenti umanità. Barbaro è solo, gli artisti lo sono sempre, e qualcuno lo vorrebbe anche isolato, ma il suo messaggio ci e tanto più necessario in un momento di grande confusione sotto il cielo.
Grazie, Maestro, grazie di aver fatto cultura, alta cultura, in un momento cosi difficile, e avere contribuito a illuminarci il cammino. Il nostro debito è enorme.