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SAVERIO BARABARO, L'energia dei colori, Venezia 2006. Testi di Stefano Cecchetto, Giacomo Rigutto, Giovanni Curatola

Giacomo Rigutto
La musica e i profumi come colori

C'è stato un tempo che ha visto la pittura e l'arte invasa dallo stupore, vestita solo di lirismo, dove la musica e i profumi erano i colori e gli sfondi scomparivano.Era il tempo di Gino Rossi e di Arturo Martini.L'opera di Saverio Barbaro è perennemente invasa da questa necessità poetica e da essa trae forza e limpidezza espressiva.Un altro grande poeta ha scritto che "Quelle due file di denti aguzzi sono la prova evidente che i lupi non si nutrono di sogni".E' da illusi pensare che con i sogni si possa andare lontani: " tutti i sogni si consumano a forza di essere sognati".Ebbene la pittura di Barbaro è la lucida e razionale rappresentazione di un sogno che da molti anni - da sempre - lo accompagna.Un sogno da puro artista condotto in "piena autonomia e amara solitudine" attraverso un percorso indicibile, che lo ha portato ad attraversare dalla terra natale le terre dell'arte occidentale e quelle del mediterraneo per approdare all'islam.Un percorso condotto con continui ritorni per ritrovare, per vedere sempre più da vicino fino a scavare in profondità senza pietà nelle pie­ghe della sofferenza dell'umanità.Un'indagine lunga ed estenuante di un mondo complicato e affascinante dove le razze, i colori, gli odori, la musica, le architetture e le abitudini si mischiano e dove la necessità espressiva diviene necessità di linguaggio di un unico e solo linguaggio.
Un linguaggio che diventa mestiere e arte,Dove non c'è sentimentalismo o autocompiacimento, ma bensì voglia continua di conoscere, voglia di stupirsi di fronte alla magia della bellezza.
E così nel mondo musulmano Saverio Barbaro ritrova gli sfondi dorati dei mosaici di San Marco a Venezia, ritrova i mosaici Ravennati splendenti e smeraldo profumati di erba menta, ritrova i ricordi Bizantini di Torcello e Aquileia, risente le architetture del vuoto delle Basiliche, delle Moschee e del deserto.Un unico linguaggio pervaso di conoscenza e profonda ricerca che diventa silenzio e puro segno, puro colore; questo è il linguaggio di Barbaro.Al punto che lo sfondo scompare è sempre più bianco, un bianco su bianco sotto un cielo senza tempo, dove l'ombra del palmeto e il vento del deserto non ristorano e le parole non cantano.
Un silenzio sofferto, doloroso appunto dove la pittura diventa luce, il colore musica in sintonia, arte pura, ecco cosa importa.

Giovanni Curatola
Professore di "Archeologia e storia dell'arte musulmana" Università degli studi di Udine

Saverio Barbaro
Un profeta della coerenza

Conosco, seguo e stimo Saverio Barbaro da ormai diversi anni, e l'occasione di scrivere alcune considerazioni relative alla sua opera è sempre e comunque un privilegio. Ma questa volta, e più passa il tempo, nel riflettere sul suo percorso umano e artistico sono colto da una sorta di pudore, una dose di riserbo che mi è difficile superare. E ne paleso immediatamente la ragione. Gli artisti sono persone particolari, e su questo credo che non vi siano dubbi e che si debba facilmente acconsentire; e quando sono grandi, anzi quanto più sono grandi si osserva nel loro lavoro una visione quasi profetica, un interagire con il futuro più che con il presente, una intuizione profonda, chiara a loro e solo a loro, ma che col passare del tempo si rende manifesta a tutti. Ho scritto "profetico", emendando quanto ho avuto modo di dire in un'altra occasione, quando, invece, negavo al Nostro questa qualifica: mi sbagliavo, credo, e di qui l'odierno imbarazzo. Sono pochi coloro che sono capaci di questa visione e Saverio Barbaro è indubbiamente uno degli eletti. Ecco, dunque, il pudore, il riserbo per una grandezza a tutto tondo che si acclara ogni giorno di più. La ragione è presto detta. C'è qualcuno che ha interpretato con altrettanta lucidità - sul piano artistico visivo, che la letteratura è altra cosa - il fondamentale rapporto del mondo cosiddetto occidentale con quello orientale, in particolare islamico? C'è chi ha saputo dialogare profondamente con una cultura, una civiltà, cogliendone gli umori, i colori, le atmosfere, i tempi, le contraddizioni, le dolcezze e le asprezze, le sfide, la profonda umanità, con tanta autorevolezza e umana comprensione? No, non c'è. E questo è stato fatto - un itinerario faticoso e isolato che continua inesausto ad essere tracciato - senza facili compiacimenti (perché una presa di posizione, spesso critica, c'è, impossibile negarlo), con chiarezza e pulizia formale estrema. Barbaro è un grande.
Scorrendo la sua biografia si resta attoniti davanti alla facilità (apparente) con cui egli si è inserito, giovanissimo, da protagonista nelle grandi correnti artistiche europee, e dei riconoscimenti importanti che gli sono stati tributati. Veneziano, con uno stretto legame con quella gronda lagunare - il Cavallino - che è fatta di aria salmastra, acqua, sole, luminosità così lontane, ma intimamente connesse in lui, perché solo lui è capace di evocarle e legarle, con quelle dei deserti sabbiosi e pietrosi, delle luci abbacinanti, dei fucsia improvvisi di Africa come di Siria, e soprattutto di quel Maghreb del quale è il principale interprete, agli esordi si carica degli insegnamenti veneziani (ma sempre con una vena tutta sua, originale e sotto traccia, mai ostentata) e si reca a Parigi, dove altrimenti?! e in Bretagna, per poi passare a Nizza - e non è affatto irriguardoso verso nessuno scomodare in questo contesto un Matisse - e da là compiere il grande salto oltremare. E ricordiamolo che già nel 1950 è premiato alla Biennale di Venezia, che espone nelle più prestigiose gallerie e che i saggi critici su di lui hanno le firme illustri di Guido Perocco, Umbro Apollonio, Giuseppe Mazzariol, Pietro Zampetti, fra gli altri... Fin dalle prime esperienze emerge una personalità decisamente forte, aspra, priva di accomoda­menti, senza alcuna retorica nemmeno nei temi apparentemente più consueti (mi vengono in mente almeno tre opere: il "Paesaggio in Barena" 1956, o la natura morta, per davvero, dell'Ange de Mer" 1955 o la eccezionale "Bestia atomizzata" 1960). Non tutto fila liscio però, perché, fin dall'inizio, un difetto imperdonabile (e che in effetti pare non essergli mai stato perdonato) si evidenzia con forza: una assoluta indipendenza, una refrattarietà al colpo di scena, una antipatia congenita per la mossa facile, l'idiosincrasia per la strizzata d'occhio ambigua, che non sono nelle corde del suo carattere (dolcissimo a conoscerlo bene, e di grande generosità, ma sotto una crosta (l'unica "crosta" di Barbaro) ruvida e severa, figlia della ferrea disciplina interiore che si è imposto e che talvolta lo sconcerta e scandalizza non trovare negli altri), caratteristiche che potrebbero, peraltro, essere facilmente assecondate perché nelle corde del suo bagaglio tecnico, assolutamente completo, non manca proprio niente e se avesse deciso di essere "gradevole" non avrebbe certo avuto difficoltà di sorta. Il Maghreb lo attrae e sarà per lui una specie di seconda casa; mi piace però pensare che paradossalmente sia stato Saverio a sedurlo e non viceversa. C'è in questo amore per l'Africa in questa predilezione un cambiamento? Non direi; se si percorre tutto l'itinerario artistico di Barbaro credo che emerga un filo continuo, un rigore, una visione ideale e di prospettiva assolutamente coerente. Diciamolo allora, e diciamolo forte: aveva ed ha ragione lui.
Oggi, ritengo, si fa davvero molta fatica ad ignorare questo piccolo, tenace gigante. Non l'ultimo orientalista, come pure è stato definito (e questo gli spetta, ma non lo esaurisce, non deve etichettarlo e limitarlo, anzi; che è una definizione giusta ma troppo stretta per un artista del suo respiro); no davvero, ma forse l'ultimo veneziano che l'Oriente lo capisce sul serio, lo racconta, lo vive giorno dopo giorno. Si vaneggia di "scontro di civiltà", ma guardate per Dio (quel Dio di tutti) uno dei suoi quadri, ritratto, paesaggio, natura morta, scegliete pure a caso, oppure prendete uno dei suoi disegni a china (un capitolo non a parte ma complementare, una sapienza antica e una tecnica raffinata, elegante, che posso solo paragonare a quella dei più celebrati antichi maestri cinesi...un altro Oriente...), e capirete cosa sono le civiltà, cosa sono questi mondi niente affatto lontani, queste nostre dolenti umanità. Barbaro è solo, gli artisti lo sono sempre, e qualcuno lo vorrebbe anche isolato, ma il suo messaggio ci è tanto più necessario in un momento di grande confusione sotto il cielo.
Non dovrei parlare di me, ma devo a Saverio una confessione derivante da una esperienza personale, un ricordo che non vuole assolutamente essere una intrusione. A Baghdad nei primi mesi del 2004, quando ero impegnato in un lavoro faticoso e delicato, ho spesso pensato a Saverio: camminavo per le viuzze della città, per i suoi mercati, vedevo le palme, la sabbia, il Tigri, le case, le cose, gli uomini e mi dicevo e ripetevo, come in una litania, che ci sarebbe voluto lui per rendere l'idea di quella terra, di quella grandezza, di tanta sofferenza amara, solo lui. L'opera del Maestro è continua e di prodigiosa qualità; non gli conosco cadute e nemmeno stanchezza nel lavoro. Il ritmo è sempre fluido, pieno di passione, tecnica, colore, abilità, genialità, frutto di quel nocciolo di acciaio/oro purissimo che è tutto suo (ma che dire...anche Turia non scherza...); l'invenzione che è sempre in agguato e che compare e fa capolino non inaspettata, ma ormai attesa e mai mancata, mai deludente. Ripeto, senza stanchezza, con energia, con attenzione. Non si accontenta mai, ci mancherebbe e per fortuna: è un perfezionista.
Tutto il Novecento, tutta l'arte visiva contemporanea che ha a che fare con una tela (e se poi dovessimo parlare anche dello scultore, o del decoratore di ceramiche, lo spazio si raddoppierebbe e questo, qui, non ci è consentito...), non l'arte che ha a che fare con le chiacchiere che volant, ma con le opere che manent, è passata al suo vaglio, alla sua presenza. Ha imparato da molti, non c'è dubbio, senza mai saccheggiare nessuno e ha insegnato a tutti senza spesso darlo a vedere.

Grazie, Maestro, grazie di aver fatto cultura, alta cultura, in un momento così difficile, e avere contribuito a illuminarci il cammino. Il nostro debito è enorme.