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AFRICA di Saverio Barbaro, Venezia Chiesa di San Stae, 5 settembre - 11 ottobre 1987. Testi di Mario Rigo, Mario De Micheli, Paolo Rizzi.

Nel segno dell'uomo
Mario De Micheli

L'esperienza di Saverio Barbaro in Africa è davvero un fatto eccezionale. I rapporti dell'arte italiana con questo continente, sino alle immagini ch'egli ha dipinto negli anni Sessanta, non esistono. Da ricordare, in questo senso, ci sarebbero soltanto i dieci grandi disegni che Lorenzo Viani eseguì tra l’11 e il '12 contro l'impresa giolittiana della guerra di Libia, o la ricca serie di caricature che Scalarmi pubblicò su «L'Avanti!» nello stesso periodo, condannando con segno preciso e implacabile, come lo stesso Viani, quella sfortunata impresa coloniale. Ma sia l'uno che l'altro erano mossi soprattutto da un giudizio politico, enunciato in patria, senza la minima possibilità di un'emozione diretta, anche se Viani, assimilando i paria libici alla plebe italiana, è riuscito ugualmente a toccare momenti d'intensa drammaticità.
Oltre a questi due «casi» non saprei tuttavia citarne altri, a meno di non ricorrere agli esempi letterari. Ma qui le cose cambiano aspetto, qui cioè è l'apologia dell'aggressione che viene pronunciata: un Pascoli elegiaco che parla di una bambina araba salvata dai bersaglieri e cresciuta italiana, figlia della guerra: «Tuonano le artiglierie. Sono il canto della cuna. Passano rombando le granate. La bambina è ben riparata e le crede, chi sa? balocchi fragorosi e luminosi»; un D'Annunzio che in terzine dantesche, celebra «il paradiso all'ombra delle spade»; e un Marinetti che saluta l'intervento in Libia come una «grande ora futurista», proclamando la «nascita del Panitalianismo». Poi, più tardi, verrà la guerra d'Etiopia e il filtro culturale della nuova impresa africana peggiorerà ulteriormente. Barbaro dunque è il primo esempio almeno nell'ambito delle arti figurative, che affronti il rapporto con la realtà dell'Africa in maniera profondamente diversa. Ma forse, prima ancora di una verità africana, egli, in tale rapporto, voleva scoprire innanzitutto una verità più elementare ed esistenziale sull'uomo. Spia di ciò potrebbe essere la confessione di qualche tempo fa, in cui egli ricorda le ragioni del suo primo viaggio in Africa: «C'era in me» dice, «l'ansia di andare a scoprire l'uomo nella sua veste più primitiva e tragica».
E un atteggiamento o una disposizione che mi ricorda da vicino un altro viaggio e un'altra esperienza: quella di Barlach, che nel 1906, nell'inquieta ricerca di una risposta alla problematicità dell'esistenza, andò a rifugiarsi a Pokotilowka, un piccolo villaggio della Russia meridionale. Lì, tra i mugichi «umiliati e offesi» dal feudalesimo zarista, egli pensava di trovare l'intima sostanza dell'uomo non contaminata o nascosta dalle incrostazioni della civiltà. E per più versi così fu. La scoperta dell'uomo costretto a una vita povera ed elementare significò infatti per lui la scoperta di un uomo senza finzioni, senza contegni, dotato di passioni che si manifestano in maniera diretta, in gesti espliciti e veri. «Gli occhi mi si aprirono» dichiara Barlach, «su questa verità: tu puoi osare senza ritegno di esprimere tutto ciò che è più segretamente tuo, le cose estreme, le cose più intime, i gesti dettati dalla pietà come gli scatti scomposti dettati dal furore, poiché per ogni cosa, si tratti di un paradiso infernale o di un inferno paradisiaco, esiste sempre un'espressione».
A me pare che, nello stesso modo, a contatto con la gente e con l'ambiente africano, Barbaro abbia imparato a vedere. L'Africa cioè è stata un po' la sua Pokotilowka. Lo si capisce leggendo, qua e là, certe sue ripetute affermazioni. Queste, per esempio: «Sono andato alla scoperta di quella che a me pareva una verità dell'uomo: le sue lotte con l'ambiente ostile, i suoi drammi, la sete del deserto, la fame, l’abbruttimento, la disperazione».
È l'Africa del Nord che egli ha ripetutamente visitato, la fascia araba mediterranea. Senza dubbio il clima culturale francese, in cui egli è stato immerso nei suoi anni parigini, hanno avuto una grande influenza sulla sua formazione e sul suo modo d'accostarsi al continente africano. I libri di Camus e di Sartre, nonché tutta la letteratura e la pubblicistica sulla vicenda algerina, egli non l'ha letta invano, ma non direi proprio che la sua visione, nell'atto del dipingere, abbia subito i presupposti della elaborazione ideologica di quegli anni. L'impatto di Barbaro con la realtà africana è stato cioè di una straordinaria forza e immediatezza, è avvenuto senza diaframmi di sorta. È stato diretto, persino brutale. Se andare in Africa doveva significare incontrare l'uomo nella sua integrità e verità di sofferenza, di autenticità antropologica, allora Barbaro l'ha incontrato quasi con candore, dimenticando tutto ciò che non fosse la possibilità di una presa diretta, di una bruciante e disarmata adesione ad una condizione di vita che, nella sua miseria e spogliazione, gli rivelava la resistenza dell'uomo e la sua disperata dignità oltre le sopraffazioni e le eredità di morte.
Sono soprattutto i dipinti dei primi anni africani quelli in cui Barbaro esprime con più evidenza questa sua interpretazione di sè e della sua Africa: dipinti come Giovane povero, Pastore arabo, Povero arabo, Negro con turbante bianco, Negra, dove la somaticità dei personaggi è trovata attraverso una deformazione che semplifica la forma e la fissa in marcature scandite nel contrasto di colori esaltati e luminosi, come talvolta accade in Nolde. O dipinti quali Nel clima arroventato, un quadro risolto con un'essenziale riduzione cromatica ottenuta con aride ocre e terre combuste. Dopo il ‘70 sembra che la sua visione si plachi. E indubbiamente i suoi paesaggi appaiono meno tormentati, più sciolti all'aria e al colore, così come talune immagini di ragazze si ravvivano per accenti affascinanti. Ma in nessun caso si può parlare di pittoresco o di un cedimento all'esotismo.
Casomai c'è l'amore per la scoperta per una nuova e «strana» bellezza, così diversa dalla nostra, così intrisa di luce, così solare e lunare. E tuttavia il trauma del primo impatto è tutt'altro che affievolito o scomparso. Basta un quadro come Il grande ventre di negra del '75 o il Povero dell'81 a ricordarlo e a riproporlo con particolare energia. Barbaro insomma, all'interno della propria poetica e della propria visione, è cresciuto su se stesso, è andato allargando il proprio orizzonte, infoltendolo di nuove immagini, ma la veemenza della scoperta africana resta in lui come un dato perenne di conoscenza e di emozione, a cui egli non può fare a meno di ritornare sia per misurare i propri valori che per attingere, alla sostanza della nostra condizione, i segni di una storia che sta mutando.