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Saverio Barbaro, sculture e disegni, ala nuova del Museo Gipsoteca Canoviano - Possagno, 12 settembre - 17 ottobre 1999.

Un itinerario animato: Le mura di Treviso
Luigina Bortolatto

Un recente intervento di Arnaldo Pomodoro critico verso tendenze che non siano quelle dell'espressionismo astratto connesse al suo lavoro, perché "l'apparizione di elementi classi­cistici vorrebbe dire un oscuramento della nostra civiltà..." contrasta con il tema di una mostra con­clusa da poco sulla pittura iconica degli ultimi quaranta anni. Se il termine icona ha subito varianti rispetto al significato originario, ben si addice a individuare la forma di sacralità insita nelle figure di Saverio Barbaro.
Solenni come la mater campana o la mater matuta etrusca ma allo stesso tempo più dolci e vici­ne alle korai attiche, riprendono la più recente arcaicità dei nudi femminili imponenti e massicci di Henry Moore, di Arturo Martini, di Marini e si ritrovano anche in alcune esperienze di Giuliano Vangi. Si distinguono articolandosi in un'ingenua nudità.
Nell'impianto monumentale l'interpretazione del soggetto si apre nel linguaggio umano ispirato all'amore naturale. Le figure concepite da Barbaro entro grandi silenzi e passioni covate e taciute, sembrano portare sulla scena segreti da rivelare. Il sentimento dell'attesa del giorno giunge prima dell'aurora, la colomba si è già alzata in volo! Nell'esaltazione della luce e dell'armonia, (l'impiego della pietra bianca di Vicenza, la corrispondenza ordinata di forma e di positura) sostano misteri che la scienza svela senza diminuire le preoccupazioni per la nostra sopravvivenza. Misteri che Barbaro trattiene con il diverso uso delle superfici, con l'enigma dei temi. Le figure, scolpite audacemente ma con semplicità ed eliminazione di ogni dettaglio secondario, attingono dalla propria forza di evo­cazione e dalla concentrazione dei piani gli elementi di un equilibrio, di una attitudine ieratica la cui origine si trova nella sensibilità meditativa dell'artista e nel suo temperamento creativo.
A Barbaro scultore dobbiamo una specie di rinnovamento del gusto: portare in un mondo epico, non storico-geografico, gente comune: la donna nella capanna, la ragazza con colomba, quando altrove, a Lisbona e a Zagabria, Pessoa seduto a un tavolo conversa con chi gli siede accanto a Antov Gustav Matos da una panca, sulla strada della collina, contempla la sua città.

 

RELAZIONE SU DISEGNI DI SAVERIO BARBARO
Ireneo Manoli

Il turbato mondo dell'arte contemporanea sembra essere una imprevedibile scatola magica da cui si fanno scaturire, per tenere desta la stanca attenzione del pubblico, ogni sorta di sorprese, scoperte, meraviglie impensate e impensabili, che dovrebbero avere il sapore della novità. Poi, spen­te le luci della cronaca, si affievoliscono, spariscono, e se ne perde presto il ricordo.
Il panorama culturale odierno, sembra talora mettere in dubbio la stessa sopravvivenza e funzio­ne delle forme artistiche codificate dalla storia (pittura, disegno, scultura) e nell'accavallarsi febbrile di tante stravaganti esperienze, molti artisti si sentono fuori giuoco. Anche il silenzio totale della cri­tica ufficiale sembra isolarli, reciderli dal corso vivo della cultura. E se un'artista non è saldo nei propri ideali rischia di venire travolto, di avvelenarsi in amare recriminazioni.
Saverio Barbaro non ha mai posto orecchio ai fabbricanti di sorprese, nè sembra avvertire le sug­gestioni dei nuovi "incanti" culturali. E meno ancora si sente fuori dal tempo, perché ha coscienza di sè, della propria storia, del pensiero che guida le sue scelte. Il suo è un operare ostinato, esigente, connaturato al suo temperamento d'artista che, nella fedeltà ad un principio, ha trovato costantemen­te la ragione d'essere dei propri mezzi espressivi. Sta in questa consapevolezza il segreto del suo lavoro, valido sempre; è testimonianza l'amplia puntuale documentazione storica che mette in risalto la continua evoluzione creatrice che in mezzo secolo di pittura Barbaro ha sviluppato, anno dopo anno. Potrebbe bastare la continuità dei disegni, da soli, a farci intendere la ricchezza e la sapienza che l'hanno governata.
Ho visto i suoi disegni per la prima volta tutti insieme, innumerevoli. Lo studio dove Barbaro li custodisce ha pareti bianche altissime, la luce vi rimbalza e si adagia su grandi cartelle di colore ocra, lilla, rosa, gonfie di fogli, che lui tiene ordinatamente stesi su dei tavoli.
Le apriamo insieme, adagio, ed ecco scorrere davanti ai nostri occhi incuriositi una infinità di disegni. Barbaro non apriva da anni quelle cartelle, scrigni preziosi di tante riaffioranti memorie.
Dentro è il significante diario della sua vita d'artista: sono messaggi che conservano tuttora il fascino della rivelazione, segni di una lunga meditata vicenda, che ora diventano sorprendentemente significanti alla sua attenzione. Ogni disegno sembra racchiudere in sè la scintilla di una invenzione felice, sensi e sentimenti vissuti e sofferti, analizzati, sondati nella loro "nudità", nel loro presentarsi spogli di colore, perché è nella chiarezza razionale propria del segno che Barbaro avverte la validità del suo messaggio grafico.
Un mezzo che cammina parallelamente alla sua pittura, ma non ne patisce la sudditanza; costi­tuisce anzi, con essa, una iconografia attenta, rigorosa, desta come una coscienza. Mi pare giusto affermarlo, se mai vi fosse ancora qualcuno convinto della secondarietà o della strumentalità del disegno rispetto a forme di espressione ritenute superiori.
Non è forse nel segno l'accenno primissimo della nascita di un'idea?
Nel suo irrefrenabile bisogno di chiarire, Barbaro trasferisce a piene mani le sue emozioni in questa grande quantità di fogli, che al mio sguardo non sembrano esigere analisi particolarmente ela­borate e sottili, poiché i suoi disegni posseggono il dono di una verità che non si esaurisce in sè stes­sa, ma si tramuta in sentimenti, slanci, meditazioni, ansie, abbandoni.
Disegni lineari, fluenti, carichi di tenerezze, ma anche disegni aspri, essenziali, taglienti come schiocchi di frusta: ci raccontano le contraddizioni di un mondo dilaniato e felice, sordo e stupefa­cente.
Per esaltare l'intensità espressiva del segno, Barbaro ama spesso accentuare le linee con pennel­late d'inchiostro bruno, ora forti, ora velate ombra e luce, e i risultati di questa "scrittura poetica" nulla hanno da invidiare alla ricchezza espressiva del colore.
Il messaggio grafico forse non è facile da recepire; è un'arte più spoglia, più povera, più segreta, ma basta l'approccio accattivante del colore ad agevolare la comprensione di un'opera?
I disegni degli anni '70 e '80 (ma anche i più recenti), rispecchiano la sua immersione nel mondo arabo. Già da tempo Barbaro aveva lasciato il tranquillo porto veneziano per approdare negli scali di mezzo mondo, ma tutti sappiamo ormai come sia stata l'Africa a sedurlo, a scuoterlo, con la sua realtà affascinante e rivelatrice.
È l'Africa dal fascino travolgente e solenne, dove la luce bianca delle metropoli s'impasta con la polvere densa dei sobborghi. Qui Barbaro si sente proiettato come presenza attiva, partecipe, cosciente, nel centro di storie umane struggenti e dolcissime. E i suoi disegni di una scioltezza matissiana, si fanno ancora più incisivi, immediati, carichi di accensioni improvvise; non evocano solo il volto di una civiltà millenaria, imponente, che i secoli non hanno dissolto, ma anche il volto di una umanità, della miseria, dei piedi scalzi, dei diritti negati. Un mondo umanissimo e paziente che nel fatalismo trova forse rifugio e ragione del vivere. Volti di arabi e di nomadi dal colore "basane", pie­gati su sè stessi, sembrano attendere nel torpore eventi che non accadono mai.
E giovani donne, ritte o pigramente accoccolate davanti alle porte di casupole cieche, sembrano guardarci con stremata dolcezza. Barbaro ne sa cogliere, con una grafia velata di trasparenze, la mor­bidezza delle vesti, la grazia, il tremito sensuale, la luce che scolora i loro sogni.
Ma ecco affacciarsi altri disegni di una bellezza lineare, luminosa: la mano dell'artista qui scorre sicura come l'ala di una colomba a disegnare architetture islamiche armoniosissime profili di volte, di archi, di cupole, immersi in un cielo che non si stanca mai del suo splendore; arabeschi di luce s'intrecciano tra fitti palmeti e nella penombra delle oasi, si dilatano nella solitudine di spazi immoti, di terre roventi, inviolabili.
Sono luoghi senza tempo, ove la poesia va scoperta nell'ordine naturale delle cose, perché è il volto di una natura diversa, che ha una sua voce, che si riconosce solo quando si è capaci di ascoltar­la assaporandone la vita, i profumi, gli stupori.
"Tu Saverio, quella voce la senti?"
Barbaro mi guarda assorto mentre, con un gesto che gli è abituale, accarezza con i polpastrelli l'inchiostro che si è raggrumato in un segno. Certamente sta pensando che sì! Lui quella voce la sente da sempre.
È racchiusa nei mille fogli che ha raccolto in questa cartelle e che ci passiamo di mano in mano, come pagine di un testo esaltante, che non finirà mai di scrivere.

 

LUCE DI NOTTE NELLA CASA ALTA, ROSATA
Félix Muzy

Nel disegno Saverio Barbaro esprime tutta la sua interiorità poiché non vi è alcuna sollecita­zione esteriore data anche dal colore. Appare solo il segno, unico nella sua continuità, infatti non si stacca, non aggiunge.
Va con interesse, forza segnante l'ombra e la luce; dolcezza di una curva o violenza di un contra­sto. La punta della penna d'oca o di pavone intinta nell'inchiostro di china sembra scorrere all'infini­to sulla carta "arches" compatta nella sua grana bianca o ocra, come la visione del deserto dove l'ar­tista ha vissuto. In questo silenzio, il segno svolge il suo fare in una scrittura sola nel tempo e nello spazio; innesta nel vuoto immagini trasfigurate dalla musica dell'anima che vive un'atmosfera di intensità dolorosa, mai ripetitiva o confusa nel suo andare. Il ritmo è serrato, scattante, agile... chiaro, scuro, pausa bianca: contrappunto di segni, luci, ombre dorate, nere, goiesche "morte e vita" in un pentagramma di immagini balenanti e misteriose come in una sinfonia mahleriana.
Difficile da interpretare questa scrittura, in passaggi da classico a orientale, se non si riflette sul concetto racchiuso in essa nell'apparente semplicità e leggerezza del tratto che risulta, all'approfon­dimento, essenzialità.
Un grande mitografo del nostro tempo, Kerenyi, dice: "Il segreto di ogni vero e grande mistero non è forse nel fatto che esso è semplice?"
Dopo la lettura il giudizio diviene oggettivo con carattere di scientificità e prende la nostra coscienza per commozione e rispetto del lavoro e del rischio; diviene necessità di ricerca storica per una dimensione più vera della vita del pensiero; cultura e civiltà.
Leonardo da Vinci contemplava l'oggetto nel rispetto di ogni suo particolare, ne chiariva l'essen­za attraverso l'analisi precisa della sua vita interna e lo ricostruiva mediante la propria matematica visione dell'universo, nel silenzio, fuori da tutto ciò che appartiene al rumore, alla confusione cioè al regno della morte. Ed erano messaggi immateriali, immagini ottiche della conoscenza.
Il disegno decide, come sua legge, il massimo dell'attenzione, la chiarezza vivace e spinta dell'intelletto da parte dell'osservatore, per comprenderne la musicalità segreta.
Non è racconto, ma impronta immediata, ineluttabile luce della mente, fluidità del pensiero che contempla il reale o l'immaginario.
Ingres dice: "il disegno è la probità dell'arte" e così lo hanno inteso i grandi maestri, dagli anti­chi a Delacroix, Matisse, Modigliani, Picasso, Hokushi.
In questa frase è racchiusa tutta la spiritualità del nobile segno dell'artista che dona infinita la bellezza del suo essere o il dramma del proprio vivere.
Rivedo Barbaro e il suo dolce dromedario bianco sotto la luna, "pellegrini del cielo" e lei amica dei viaggiatori senza tempo.

"Che fai tu luna in cielo?
Sorgi la sera e vai,
contemplando i deserti, indi ti posi"
Leopardi

Ringrazio Barbaro nel suo rispetto per ogni artista, per la sua solitudine spesso resa amara dal­l'incomprensione, ma nella speranza di un riscatto dell'uomo dall'anonima inutile visione del nulla.