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Saverio Barbaro e l'Oriente, Stazione Ferroviaria di Santa Lucia, Venezia, 23 marzo - 20 aprile 1997. Testo di Giorgio Lago.

Quando consiglia ai giornalisti di imparare a scrivere, Indro Montanelli invita sempre a buttare via gli aggettivi a rendere la frase il più sobria possibile.
Nel parlare, Saverio Barbaro è scarno come le sue figure.
Gli avevo confessato la mia incompetenza: "Dichiaro socraticamente di non sapere d'arte, non sono un esperto, meno che meno uno specialista, e il dichiararlo in premessa è for­se l'unico modo per superare l'incompetenza..."
"Ma lei non dica che non è un critico d'arte!", mi ha obbiettato.
Vengo meno all'invito affettuoso di Barbaro, dichiarandomi subito per quello che non sono. E dunque, mentre con grande piacere arrivavo all'esposizione, mi chiedevo:"Che cosa posso dire?" Ho deciso di dire a voce alta i pensieri di un non-specialista di fronte a una mo­stra che potremmo chiamare "Tutto Barbaro", la ceramica, la scultura in pietra e in legno, il disegno, la pittura, l'insieme di un artista creativo, curioso del mondo, originale anche nello scegliersi i materiali.
Non dò giudizi, registro emozioni, piccole suggestioni personali. È sempre stato così, quando ho viaggiato.
Ricordo Guernica di Picasso, con quel grigio cinereo che racconta la ferocia della guerra, un quadro a pezzi, come dire violentato, un'emozione grigia, bianca e nera. Quando ho visto scatenarsi la guerra in Bosnia, ho ricordato Guernica.
Un'altra emozione che porto dentro: gli sguardi allucinati di El Greco al Prado, per in­trodurci alle profondità ultime del tormento umano. La nostra è un'età psicanalitica, segnata da Freud.
Ancora a New York mi divertì molto la "Partita di calcio" di Boccioni. Un'esplosione di colore, dipinta da Boccioni come scritta da Gianni Brera.
Va dove ti porta l'emozione, la "mia" arte sta tutta qua.
Ho visto Barbaro la prima volta alla Casa delle Regole di Cortina, due anni fa. Sono entrato, uscendo di colpo dalla realtà che mi circondava, i suoi grandi dipinti mi aprivano a un altro mondo, così lontano ma così capace di venire incontro con i suoi straordinari colori, con distese di colore, quasi che la dimensione fisica sahariana del Maghreb si riproducesse nella dimensione stessa del colore, nel bisogno di vaste superfici cromatiche e di grandi oriz­zonti.
Parlo con voi, ma in realtà tra me e me, raccogliendo frammenti di pensieri, come quando si viaggia di notte in auto. Ascoltando se stessi.
Un grande antropologo, Levy Strauss, sosteneva che il compito della pittura, in fondo, non è di raccontare, ma di RI-CRE-ARE.
Compito dell'artista è ricreare, ricreare non riprodurre, attenzione. Guardando ad esempio alle pennellate di Barbaro sulla laguna di Venezia, penso che si possa tenere vivo lo sguardo del mondo su Venezia, sull'ambiente, su un'idea di vita compatibile con la natura, sulla speranza di uno sviluppo che si possa dosare sull'uomo. Se la nostra civiltà, la nostra Italia, il nostro ricco Nordest, riuscissero a dimenticare Venezia, ritenendo che quest'opera di amore costa troppo, che la partita è perduta e che non ne vale più la pena, se accadesse que­sto, allora davvero sarebbe la fine non di un'idea o di un'arte o di una cultura, ma sarebbe la fine della stagione dell'uomo.
Questo io credo, e questo non deve accadere.
Dipingere Venezia è ricrearla perchè non se ne vada, ricrearla e tenerla, con questa forza di resistenza dell'arte. Tenere l'arte, sarà arbitrario?, dentro le cose che viviamo. Renderla, come dire, anche utile.
Non so se sia un criterio giusto, ma penso che soprattutto le nuove generazioni abbia­no bisogno che tutto si tenga assieme. E Barbaro, quando dipinge per ricreare, pensa di certo ad un messaggio trasversale, implicito. Qualcosa in più che ci regala.
So che mi scuserete i voli pindarici.
Guardo le sculture di Barbaro e leggo una manualità robusta. La fatica sulla pietra e su un legno durissimo.
Una suggestione partigiana, che mi riporta a quel che dovrà essere la ricostruzione della Fenice com'era, dov'era, ridare vita alle cose morte con un puntiglio manuale, alle cose che abbiamo bruciato con le nostre stesse mani o che in qualche modo abbiamo lasciato bru­ciare.
Ecco, in un tempo iper tecnologico come il nostro, forse la memoria di noi, forse il ri­cordo, il filtro lungo della cultura, forse è proprio quello di tenere saldi anche i nostri antichi mestieri, la nostra capacità di ricreare manualmente le cose.
E nel mio labirinto ho trovato dell'altro.
Ho letto su Barbaro cose molto interessanti scritte da Alvise Zorzi, da Giandomenico Romanelli, da Guido Perocco, insomma scritte da gente che ne sa. Di mio posso aggiungere che l'Africa di Barbaro, la sua Africa, è per così dire "classica", la sua stupenda e stupefatta galleria (lo stupendo vale per ciascun ritratto in sè, tutta la galleria somma un effetto ulterio­re) svela un percorso culturale così allusivo per il nostro tempo e il tempo che verrà.
Trovo un percorso.
Barbaro viene via da Venezia, da una tradizione, da una scuola, da una Venezia già co­smopolita nel '500, una capitale, per Zorzi una New York prima della scoperta dell'America.
La storia passa sopra le proprie macerie e riesce misteriosamente a non disperdere cer­ti patrimoni dell'anima, che restano tra di noi, filtrano, passano nei Barbaro, segni trasportati come materiali invisibili di una cultura: Barbaro è e resta veneziano, racconta sempre Venezia anche quando dipinge Africa.
Poi da Venezia, cosmopolita dentro, Barbaro va in un'altra città cosmopolita, la più carica di esprit de finesse: Parigi. Lì aggiunge apertura mentale ad altra apertura, arte ad arte, conosce, sapienza, tecnica, ispirazione, ma ancora prosegue, viaggia, Marco Polo del Mediterraneo e approda sulla sponda del Mahgreb, che è l'Occidente arabo, e da lì riporta a noi la sponda fino a ieri coloniale, abbastanza misteriosa, ma oggi piombata tra noi con straordinaria, anche drammatica attualità.
Caro Saverio Barbaro, lei non sta più raccontando un mondo mitico. Lei dal 1967 por­ta facce, volti, colori, sabbie, orizzonti, lune, palmizi, cavalli bianchi, colombe, seni, tradizio­ni bibliche, Islam, ma per dipingere l'oggi e, profeticamente, il domani.
Dicono che la caduta del muro di Berlino ha privato l'Italia del suo ruolo strategico. E vero il contrario: mai come oggi l'Italia sta nel cuore del problema. Noi abbiamo bisogno dell'Europa ma l'Europa ha forse più bisogno di noi. Siamo la cinghia di trasmissione, il luo­go dell'incontro: la Sicilia è il nuovo centro.
Barbaro non fa autobiografia con la sua Africa. Non sta dipingendo il suo piccolo pa­radiso perduto, un suo Eden terrestre, una sua personale dimensione.
E classico il suo percorso. Uno strato di Venezia, uno strato di Parigi, uno strato di Maghreb: classico come la formazione delle culture complesse. Anche, quel senso della misu­ra, dell'equilibrio. Il fatto che siano volti che non hanno il colore della nostra pelle, non toglie assolutamente nulla alla classicità, semmai vi aggiunge qualcosa di più solenne.
Un grande intellettuale ha scritto che abbiamo perso la capacità di guardare, sia l'arte che la natura. Ma Andrea Zanzotto, grande voce poetica del mondo, ha detto in un'intervista che "dentro l'Arte c'è la cultura ma anche la persona e la vita." E ha aggiunto che se Caravaggio non avesse avuto dentro di sè le angosce, i tormenti, gli affanni, le tragedie, non sarebbe stato quel Caravaggio, e se Rubens non avesse avuto in sè quella vita serena, tranquilla, gioiosa, noi non avremmo quel Rubens.
Mi piace concludere che non avremmo avuto questo Saverio Barbaro se non fosse sta­to così curioso della scuola, della cultura, di città aperte, del mondo, se non fosse così visce­rale la sua libertà contro la separazione delle culture, contro la paura, i pregiudizi altrui, con­tro le tentazioni di alzare muri, muraglie, barriere, siepi quotidiane.
Barbaro ci fa anche capire un mondo lontano-vicino, che è già tra noi. Anche con i suoi incubi.
Oggi il fondamentalismo sta mettendo a dura prova l'anima bella dell'Islam, come i fondamentalismi europei, il gulag e il lager, il nazismo e lo stalinismo, misero a durissima prova l'illuminismo, la ragione, il meglio della cultura europea, cristiana e umanistica.
Noi abbiamo già sperimentato i rischi e gli orrori dei fondamentalismi. Abbiamo biso­gno di vincerli assieme, oggi come ieri.
Credo che Saverio Barbaro, con la sua arte, ci aiuti molto, profeticamente.

Giorgio Lago