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Saverio Barbaro, Pittura, Scultura, Disegno, Ceramica. Conference Hall, Union Lido, Venezia, 1996

Saverio Barbaro: l'ultimo degli orientalista
Giandomenico Romanelli

È indubbiamente a partire dalla stagione dell'Illuminismo settecentesco che il tema dell' Orientalismo ha attratto e stregato la cultu­ra europea e, in particolare, le fantasie e le stes­se esperienze esistenziali di molti artisti e poeti; ma è con l'esplosione della cultura romantica che il viaggio verso l'esotico (e verso una medi-terraneità che comprendeva una gamma di mondi e di linguaggi estesa dalla solarità classi­ca della Grecia all'arcaicità monumentale degli imperi egiziani, allo splendente, affascinante ed enigmatico universo delle civiltà del deserto) s'è trasformato in fatto di costume, in itinerario dentro esperienze ed eventi di singolare valenza psicologica oltre che culturale ed artistica. Poco importa, poi, se quest'esotico-mediterra-neo sia non solo ben radicato dentro ciascuno di noi, il nostro orizzonte e le nostre sensibilità ma sia, anche fisicamente, più vicino al cuore d'Europa di quanto non lo sia la cultura scandi­nava o, magari, quella balcanica: di fatto, il fascino orientalista ha prodotto, assieme a molti e innegabili equivoci e incomprensioni, anche una spessa realtà culturale, irrefrenabili vocazio­ni letterarie, esperienze d'arte di singolare e bru­ciante vivezza.
L'orientalismo artistico italiano non ha avuto la qualità e l'importanza di quello di matrice fran­cese nè di quello imperiale inglese; ed è stato per di più segnato dalle infelici e precarie avven­ture coloniali del nostro Paese. Tuttavia anch'es­so non ha mancato già dal medio Ottocento di attrarre e conquistare pittori e poeti italiani: si pensi a due artisti attivi a Venezia quali Ippolito Caffi (che ci ha lasciato numerose sognanti, pre­cise e assai poetiche vedute africane) oppure Raffaele Mainella (che ai primi del Novecento ha compiuto un iniziatico itinerario verso le sor­genti del Nilo).
Certamente anche Saverio Barbaro si è fatto ammaliare e sedurre da questo mondo e dagli esotici messaggi di civiltà antiche e per noi misteriose: egli è stato stregato dalla natura e dalla luce, dal sole e dai paesaggi di un orizzonte fiabesco e pur così reale e concreto, così esperibile, così vicino e familiare. L'Africa di Saverio Barbaro è per lui diventata un abito mentale, un modo d'essere e di vedere; certo una chiave di lettura e d'interpretazione del mondo intero. È un universo magico questo che si svela nei viola, nei blu, nei coni d'ombra e nelle abbaglianti assolate distese su cui si sta­glia un cammello, palpita una tenda, s'apre il sorriso d'un volto.
In queste figure primitive e cordiali, in questo pacato dispiegarsi di forme ed esplodere di luci, la essenziale sintassi pittorica di Barbaro trova la sua misura e la sua cifra poetica. Barbaro ha alle spalle un itinerario culturale che, partito da Venezia, gli ha fatto compiere peregri­nazioni e ritorni attraverso un territorio assai vasto e una articolata serie d'esperienze; egli però, nell'incontro con la realtà del Maghreb, sembra liberare potenzialità espressive di parti­colare intensità e una maturità di segni e colori i cui prodotti si configurano in forma di acquisi­zioni originali e fresche.
Anche attraverso la ricerca grafica, Barbaro, nel mentre rivela le matrici del suo lavoro, che è chiave comune ad altri artisti della sua genera­zione formatisi e attivi in terra veneziana e vene­ta, mostra anche lo specifico della sua persona­lissima e inconfondibile scrittura pittorica, riprendendo le sue precedenti elaborazioni, rivi­sitando le sue esperienze, riproponendosi, insomma, con coerenza ed impegno, artista vivace e creativo, ricercatore sensibile e rinno­vato.
Questa ulteriore tappa del lavoro di Saverio Barbaro, così unitaria e compatta nell'insieme, ha tuttavia al proprio interno una considerevole articolazione di temi, suggestioni e filoni: quasi capitoli di una lunga meditazione pittorica, quasi scansioni dell'appassionata fascinazione che sull'animo di Barbaro il Maghreb ha indele­bilmente tracciato.
L'ultimo, in ordine di tempo, dei nostri orienta­listi ci propone quindi la visione di un mondo che è anche la dimensione della sua anima e l'essenza stessa della sua poetica: non possiamo dimenticarlo allorché ci accostiamo alle sue meditate, composte e solari visioni maghrebine.